Diritto

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RETTIFICAZIONE DEL SESSO ATTRIBUITO ALL'ANAGRAFE

La rettificazione di attribuzione di sesso, cioè la modifica dei dati personali, nome proprio e sesso attribuito alla nascita, nei registri dell’anagrafe a cui si è iscritti, è un diritto della persona molto delicato.

La rettificazione si fa in forza di sentenza del tribunale passata in giudicato, che attribuisce ad una persona il sesso diverso da quello enunciato nell'atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali.

Per lungo tempo la rettifica del sesso è stata autorizzata dai nostri Tribunali, solo dopo aver accertato che il richiedente fosse stato sottoposto a tutti i trattamenti chirurgici, previa autorizzazione del giudice, necessari ad adeguare tutti i caratteri sessuali, primari e secondari, propri dei sesso in cui vi è identificazione.

L’orientamento così rigido è mutato a seguito della sentenza della Corte di Cassazione n. 15138/2015 [qui], che consente di rettificare l’attribuzione del sesso contenuta nell’atto di nascita, quando l’istante presenta i caratteri sessuali secondari del sesso con cui si identifica a seguito di cure ormonali, a prescindere dai trattamenti chirurgici.

Con la richiamata sentenza la Corte di Cassazione ha evidenziato che negli ultimi venti anni si è avuto un progressivo sviluppo della scienza medica, della psicologia e della psichiatria, parallelo ad un evoluzione culturale particolarmente sensibile alle libertà individuali e relazionale.

Tale movimento ha influenzato il riconoscimento dei diritti delle persone transessuali, alle quali è stato possibile, diversamente che in passato, poter scegliere il percorso medico – psicologico più coerente con il personale processo di mutamento dell’identità di genere.

Anche la Corte costituzionale (sentenza n. 221 del 21 ottobre 2015), al pari della Cassazione, ha affermato che deve essere rimessa al singolo la scelta delle modalità attraverso le quali realizzare – con l’assistenza del medico e di altri specialisti – il proprio “percorso di transizione”, che deve comunque riguardare gli aspetti psicologici, comportamentali e fisici che concorrono a comporre l’identità di genere.

Il trattamento chirurgico è uno strumento eventuale, un mezzo funzionale al conseguimento del pieno benessere psicofisico poiché porta ad una corrispondenza dei tratti somatici con quelli del sesso di appartenenza.

Ciò consente a chi riveste un ruolo sociale di genere maschile, di cambiare il sesso all’anagrafe dopo aver effettuato i trattamenti ormonali di somministrazione di testosterone e il trattamento chirurgico di svuotamento del seno, mentre non è richiesta come in passato necessariamente la falloplastica. La costruzione dell’organo genitale maschile non sempre è possibile per la frequenza di crisi di rigetto, oltre a determinare spesso problemi uro-genitali.

Per il cambiamento da uomo a donna i trattamenti chirurgici consistono nella mammoplastica additiva (cioè l’introduzione di una protesi) e di vaginoplastica (asportazione degli organi genitali originari e ricostruzione di una nuova cavità ricavata tra retto e vescica).

Altri interventi consistono nella riduzione del pomo d’adamo, eliminazione della barba (ad esempio con tecnologia laser) e asportazione delle ultime due costole per donare una forma più sinuosa al corpo.

A seguito dell’indicata evoluzione giurisprudenziale tutti questi interventi possono essere eseguiti o meno, a seconda della volontà delle singole persone. Ciò è particolarmente rispettoso della salute della persona!

Come spesso accade nel nostro ordinamento, la giurisprudenza colma i vuoti legislativi.

Ciò si riscontra soprattutto quando si tratta di legiferare in materia di diritti della persona, che coinvolgono aspetti molto intimi e delicati. L’invito e la speranza è che il legislatore intervenga presto ad integrare la frammentaria e lacunosa normativa vigente.

Avv. Ilaria Caputi - Movimento Forense

Sezione Territoriale di Salerno


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