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“GIUDICI DI PACE” E “GIUSTIZIA DIGITALE”: È VERA ANTINOMIA?

Salerno, 26 febbraio 2016 - 

Premessa

Il Governo italiano, al dichiarato fine di «favorire la crescita, lo sviluppo dell’economia e della cultura digitali”, ha emanato il Decreto Legge 18/10/2012 n. 179 (successivamente convertito in Legge 17/12/2012 n. 179).

Si tratta di una delle misure individuate dal Governo per favorire la crescita del Paese e per contenere, allo stesso tempo, i costi per le dissestate casse dell’Erario.

Il DL 179 contiene norme tese a garantire l’attuazione della cosiddetta Agenda Digitale favorendo la nascita e lo sviluppo della Amministrazione Digitale e dettando specifiche norme per la digitalizzazione della Istruzione, della Sanità e della Giustizia.

 

La Sezione VI del DL 179 (artt. da 16 a 18), infatti, è intitolata “Giustizia digitale” e contiene, tra l’altro, le norme fondamentali per il cosiddetto “Processo Civile Telematico” (PCT).

Occorre, tuttavia, precisare che “Giustizia digitale” e PCT non sono sinonimi poiché quest’ultimo costituisce solo un aspetto della prima.

 

Da un lato, infatti, va osservato che rientrano nel più ampio genus della “Giustizia digitale” anche le norme che disciplinano altri “processi telematici” (tributario, amministrativo, penale); dall’altro lato, va rilevato che appartengono alla “giustizia digitale” anche norme che non sono, strictu sensu, “processuali” come, ad esempio, quelle legate alla “notificazione con modalità telematica” contenute nella legge 21/01/1994 n. 53 che disciplina la “facoltà di notificazioni di atti civili, amministrativi e stragiudiziali per gli avvocati”.

 

Il problema

Fatta questa premessa, passiamo ad analizzare un problema pratico che alcuni Avvocati stanno incontrando allorquando decidono di avvalersi della facoltà, concessa loro dalla legge 53/94, di notificare con modalità telematica un atto di citazione per un giudizio di competenza del giudice di pace.

In rete, infatti, si rinvengono alcune pronunce (fortunatamente poche) con cui qualche giudice di pace (fortunatamente pochi) dichiara la inammissibilità e/o improcedibilità della domanda proposta.

Prima che tali sparute pronunce diventino un “indirizzo giurisprudenziale” è quanto mai opportuno mettere in evidenza la assoluta infondatezza di esso in relazione alle norme attualmente vigenti in Italia.

L’iter logico argomentativo di tali pronunce è il seguente:

a) viene riconosciuto che la modalità di notifica a mezzo p.e.c. è “consentita in via generale ex art. 3 bis legge n. 54/1994”;

b) tuttavia “poiché le norme sul P.C.T.” non sono operative nel procedimento innanzi al giudice di pace, nei giudizi innanzi a quest’ultimo non potrebbe “ritenersi la validità della firma digitale apposta dal difensore sull’atto di citazione in luogo della sottoscrizione a penna”;

c) conseguentemente l’azione sarebbe improcedibile poiché l’atto di citazione non sarebbe sottoscritto e quindi radicalmente nullo per violazione dell’art. 125 comma 1 c.p.c.;

d) né potrebbe invocarsi la firma riportata sulla attestazione di conformità in quanto essa sarebbe in ogni caso “postuma rispetto al conferimento della procura ad litem” e “comunque apposta su atto separato”;

e) unica alternativa sarebbe quella di notificare a mezzo p.e.c. “atti e/o documenti NON generati telematicamente” (in pratica si dovrebbe notificare a mezzo p.e.c. la scansione di un atto di citazione cartaceo e sottoscritto a penna).

 

La soluzione

Il criticato indirizzo giurisprudenziale (lo si ribadisce: assolutamente minoritario) è totalmente infondato in diritto.

 

Nulla quaestio in ordine al punto a): la legge 53/1994 consente agli avvocato di notificare in modalità telematica TUTTI gli atti in materia civile, amministrativa e stragiudiziale.

 

Contra punto b): l’avvocato che intenda avvalersi dell’art. 3 bis della legge 53/1994 può farlo solo «nel rispetto della normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici».

Ora, con buona pace dei sostenitori dell’indirizzo avversato, tale normativa non è contenuta nelle “norme sul P.C.T.” bensì in quelle del Codice dell’Amministrazione Digitale (D. Lgs. 7 marzo 2005 n. 82) che sono norme “operative” anche nel procedimento innanzi al giudice di pace.

Un atto di citazione per un giudizio da instaurarsi innanzi al giudice di pace, quindi, non deve essere necessariamente recare una “sottoscrizione a penna” (quale norma imporrebbe poi la sottoscrizione a penna?) ma può essere sottoscritto digitalmente dall’avvocato e, per l’effetto, non PUò essere dichiarato nullo per un inesistente difetto di sottoscrizione: da tanto scaturisce l’assoluta infondatezza in diritto del punto C).

 

Contra punto D): Poiché ad oggi nei “procedimenti davanti al giudice di pace” non è possibile «procedere al deposito con modalità telematiche dell’atto notificato a norma dell’articolo 3-bis», l’avvocato che abbia esercitato tale facoltà dovrà estrarre «copia su supporto analogico del messaggio di posta elettronica certificata, dei suoi allegati e della ricevuta di accettazione e di avvenuta consegna» e ne attesterà «la conformità ai documenti informatici da cui sono tratte» (art. 9 commi 1 bis ed 1 ter della L. 53/1994).

Secondo le contestate pronunce, “la firma dell’attestazione di conformità” sarebbe in ogni caso “postuma rispetto al conferimento della procura ad litem” e “comunque apposta su atto separato” per cui non sussisterebbe la possibilità di sanare il difetto di sottoscrizione a penna dell’atto di citazione.

Ora, appare alquanto strano, che gli autori delle pronunce esaminate abbiano omesso di considerare che ai sensi dell’art. 83 comma 3 c.p.c. “la procura si considera apposta in calce anche se rilasciata su foglio separato che sia però congiunto materialmente all'atto cui si riferisce” (e nel caso di specie, l’avvocato depositante ha necessariamente congiunto materialmente i documenti cartacei ai sensi dell’art 9 sopra esaminato).

Né si comprende bene il motivo per cui la non potrebbe invocarsi la firma dell’attestazione di conformità “ad effetti sostitutivi” perché essa sarebbe “postuma rispetto al conferimento della procura ad litem”.

La parte conferisce una procura ad litem all’avvocato ed in virtù di tale procura l’avvocato sottoscrive atti in nome e per conto del proprio assistito.

Anzi, la legge prevede addirittura la possibilità che la procura possa essere rilasciata all’avvocato “in data posteriore alla notificazione dell’atto”: secondo tali giudici, quindi, un avvocato potrebbe, ipoteticamente, notificare un atto senza avere la procura ad litem (art. 125 comma 2 c.p.c.) ma non potrebbe sottoscrivere atti dopo il conferimento della procura?

Contra punto E): l’unico modo per notificare telematicamente un atto di citazione per procedimenti innanzi ai giudici di pace sarebbe quella di notificare a mezzo p.e.c. “atti e/o documenti NON generati telematicamente” (in pratica si dovrebbe notificare a mezzo p.e.c. la scansione di un atto di citazione cartaceo e sottoscritto a penna).

Ma suggerire ad un avvocato di notificare una “copia informatica di un documento analogico” significa invitarlo a notificare un documento informatico al quale deve NECESSARIAMENTE essere “apposta od associata una firma digitale o altra firma elettronica qualificata” (art. 22 CAD) il che riproporrebbe il presunto problema della impossibilità di ritenere la validità della firma digitale. Per cui in sostanza l’avvocato non potrebbe provare di aver validamente sottoscritto l’atto notificato!

Conclusioni

La contestata tesi (lo si ripete: minoritaria ed infondata) è talmente contraria al diritto vigente da indurre chi scrive a riflettere sul perché siano state adottate certe decisioni.

Probabilmente (almeno lo spero fortemente), chi ha deciso in tal senso è stato spinto dalla preoccupazione di non poter verificare “personalmente” che gli atti del processo siano stati formati secondo le regole.

Nobile intento, ma inutile perché la “verifica” della regolarità della sottoscrizione digitale la fa l’avvocato depositante! E si tratta di una verifica dotata di “pubblica fede”: l’avvocato «che compila la relazione o le attestazioni di cui agli articoli 3, 3-bis e 9 o le annotazioni di cui all'articolo 5, è considerato pubblico ufficiale ad ogni effetto» (art. 6 della legge 53/1994).

In altri termini:

1) l’avvocato attesta che la copia cartacea dell’atto di citazione che deposita in giudizio è conforme al documento informatico sottoscritto digitalmente e notificato a mezzo P.E.C.

2) il giudice di pace DEVE ritenere la validità della firma digitale apposta all’atto di citazione notificato a mezzo P.E.C.

 

In sintesi:

a) il procedimento notificatorio è retto da un proprio corpus normativo che è autonomo rispetto alle norme strettamente processuali

b) la legge consente agli avvocati di notificare in proprio (anche) a mezzo posta elettronica certificata

c) l’atto di citazione sottoscritto digitalmente dall’avvocato è pienamente valido

d) l’attestazione di conformità fatta dall’avvocato ai sensi dell’art. 9 della legge 53/1994 fa fede, fino a querela di falso, della regolare sottoscrizione digitale dell’atto di citazione.

Avv. Milena Lucia Pepe - Movimento Forense sez. Salerno

Avv. Ciro Salmieri - Movimento Forense sez. Salerno


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